Uno scettico come “guaritore”
Intervista al Dr. William F. Bengston, PhD
Nella versione 3.0 del Blog ho deciso di occuparmi di “fenomeni anomali” parlandone direttamente non con i paragnosti, ma con degli scienziati internazionali con tanto di PhD. Come spesso ho sottolineato, in questo paese manca un’informazione adeguata e spesso si ritiene che a compiere certi studi siano solamente le cartomanti. In realtà, proprio dagli Stati Uniti, paese ritenuto altamente sospetto per la sua idea di “democrazia”, sta nascendo con enfasi una vera e propria rivoluzione del paradigma scientifico, attraverso degli esperimenti che nei laboratori nostrani non si sognerebbero nemmeno per un istante di tentare. E’ mio preciso intento mostrare, soprattutto ai nostri futuri scienziati, che una certa propaganda tutta italiana è volta a fargli credere che certi argomenti sono tabù in quanto sciocchezze, e questo è falso. Il Dott. William Bengston ha un’esperienza interessante da raccontarci e i suoi studi sono stati tutti pubblicati sul Journal of Scientific Exploration (vedi riferimenti in fondo a questa intervista). Buona lettura.
Andrea Doria: Dr. Bengston, io so che lei ha una storia davvero interessante. Vuole per cortesia partire dal principio e raccontarci com’è giunto ad occuparsi di certe cose?
William Bengston: Molto tempo fa, dopo essermi laureato con un B.A. (“baccellierato in arte” è un titolo di laurea statunitense, N.d.A) in sociologia all’Università del Niagara, incontrai un tizio che sostenne di aver scoperto soltanto di recente le sue straordinarie abilità psiciche. Al tempo (era il 1971), Bennet Mayrick faceva il domestico e in precedenza, prima di incontrarlo, aveva svolto svariati lavori con scarso rendimento, dal pavimentatore al cantante semi-professionista. Dato che di norma non sono avvezzo a credere fideisticamente a tutto ciò che di straordinario mi si pone all’attenzione, gli domandai se fosse stato interessato ad eseguire dei test per verificare quanto egli affermasse. Non solo Mayrick aderì di buon grado ma abbracciò con gratitudine la mia proposta, visto che anch’egli amava definirsi “uno scettico”. E fu così che ebbe inizio la nostra lunga collaborazione.
AD: Immagino che per uno scienziato non sia semplice adottare un metodo efficace per verificare questo tipo di affermazioni. Quale tipo di metodologia addottaste?
WB: A dire il vero iniziammo i lavori nella maniera più classica, ossia gli diedi da esaminare degli oggetti appartenuti per lungo tempo ad altre persone, incoraggiandolo a descrivermi il loro carattere, il loro background e gli eventi più significativi delle loro vite. Ammetto che fui davvero impressionato dalla dettagliata qualità delle sue letture, anche se mi sono spesso domandato se ciò non fosse che il frutto di una mia ‘auto-suggestione. Così, convinto di poterne trarre uno studio interessante, trascinai Mayrick in giro per incontrare altre persone che sostenevano di essere esperte in certi argomenti. Dapprima ci recammo a Manhattan, all’American Society for Psychical Research; successivamente ai laboratori del Maimonides Hospital a Brooklyn e ad altri istituti similari.
AD: E come andò con questa esperienza?
WB: Sinceramente la trovai abbastanza frustrante, poiché questi esperti non sembrarono proprio così competenti e in grado di supportare una rigorosa applicabilità metodologica. Così, io, un ricercatore principiante in fase di addestramento, cominciai a progettare dei test in doppio cieco che apparivano molto più rigorosi di ciò che “gli esperti” avevano preparato per noi.
AD: Quale fu il risultato di questi test?
WB: Il risultato fu che Mayrick ebbe pieno successo in tutti i test. Così mi domandai cosa avessi potuto fare da quel punto in poi. Un giorno, mentre eravamo seduti in cucina, intenti a parlare del più e del meno, avvertii sopraggiungere d’improvviso il sintomo di un dolore lombare cronico che mi trascinavo dietro da molto tempo, e per il quale dovetti rinunciare a frequentare la scuola di nuoto. Preso dalla disperazione, chiesi a Mayrick di appoggiare le sue mani sulla zona lombare dolorante e di provare a fare qualcosa per togliere via il dolore. Mayrick, che in un primo momento pensò fossi impazzito, per curiosità fece un tentativo. Dieci minuti dopo aver piazzato le sue mani sulla parte dolorante, con stupore di entrambi, il dolore svanì e decadi più tardi non si è mai più ripresentato.
AD: Accidenti. Quello che lei racconta assomiglia molto a quello che in medicina definiscono blandamente come “soppressione del sintomo isterico”.
WB: Se questo evento fosse da interpretare come una soppressione del sintomo isterico, visto il risultato sono ben felice di aver tentato questo approccio! (ridiamo tutti e due N.d.A) I fatti che vi ho narrato avvennero molto prima dell’esplosione del boom della cosiddetta “New Age”, attraverso la quale in breve tempo si diffusero su larga scala, se non addirittura accettate dalla comunità medica, molte pratiche di guarigione alternative. Vidi Mayrick imporre le sue mani sulle persone e alleviare in poco tempo molti dei loro sintomi più fastidiosi, e se non fossi stato presente ad assisterlo in ognuna di quelle sedute non avrei mai e poi mai potuto crederci.
AD: Mayrick fu in grado di guarire qualsisi malattia?
WB: Soltanto alcuni disturbi non risposero a questo tipo di trattamento. Le verrucche ad esempio. Non vi era alcun tipo di effetto positivo sulle verrucche. D’altro canto invece, le forme tumorali rispondevano quasi immediatamente, e più aggressivo risultava essere il cancro più veloce sembrava rispondere alla terapia. Gli unici fallimenti nei casi di cancro si ebbero con coloro che avevano già subito interventi invasivi. Da questo dato ebbi un’importante indizio, il quale parve suggerire che quel tipo di terapia non poteva integrarsi con successo alle terapie killer quali le radiazioni e la chemio.
AD: Dal punto di vista osservativo pare proprio che si sia trovato di fronte a un bel fenomeno.
WB: Non c’è ombra di dubbio, ma dopo aver assistito a dozzine di guarigioni, per paradosso, tornai nuovamente a sentirmi frustrato. Le guarigioni erano senz’altro esperienze stupefacenti, ma la complessità coinvolta nei diversi casi clinici appariva sin troppo confusa per la mia sensibilità. Dovevo cercare di capire se la cura veniva fornita dall’imposizione delle mani da parte di Mayrick, dalle dosi extra di Vitamina C assunte dai pazienti o dal loro tipo di personalità. Come scienziato avevo la necessità di fare chiarezza.
AD: E’ comprensibile. Perciò, quale fu il passo successivo per tentare di dissipare questa nebbia?
WB: Contattai il mio amico David Krinsley con il quale decidemmo di trasferire il fenomeno della guarigione per imposizione delle mani in laboratorio. A quel tempo David aveva la cattedra del dipartimento di geologia al Queens College della città di New York, mentre io ero un giovane istruttore al St. Joseph College, dove svolgevo la mia tesi di laurea in sociologia con specializzazione in criminologia, sociologia della religione e modelli statistici correlati. David, dal canto suo, possedeva l’autorità necessaria a sollecitare qualche favore, così domandò al capo del dipartimento di biologia di mettere insieme un modello di studio eticamente e scientificamente ermetici. Guardacaso, a quel tempo, uno dei membri del dipartimento stava compiendo degli studi su una particolare forma di adenocarcinoma mammario sui topi, il quale, purtroppo per loro, è fatale al 100% entro 27 giorni dal momento della somministrazione. Il modello in se era così ben concepito che gli studi statistici riguardo alla prospettiva di vita delle cavie venivano eseguiti di routine, anche se nessun topo è mai sopravvisuto oltre il contrassegno del 27° giorno. Il che sarebbe stata già una rilevante evidenza dell’effetto di una guarigione. Se il topo avesse vissuto sino al giorno numero 28, bene, avremmo potuto tranquillamente concorrere per il Guinness dei primati.
AD: Così decideste di utilizzare questo modello per verificare il potenziale di guarigione di Mayrick?
WB: Sì, il nostro intento originale era proprio quello di avere Mayrick ad effettuare i trattamenti, ma una circostanza avversa purtroppo lo costrinse a ritirarsi all’ultimo minuto. Così, beffa delle beffe, ci ritrovammo con un pugno di topi infettati e nessun guaritore con il quale procedere.
AD: Una bella disdetta. E quindi?
WB: Quindi, prima di mandare all’aria l’intero esperimento, David mi chiese se avessi voluto fungere io da “guaritore”. E’ vero che a quel punto avevo passato molto tempo ad osservare e ad assistere Mayrick in molti casi di guarigione accertata. Perciò, non avendo alcuna valida alternativa, seppur con riluttanza (e senza troppa fiducia) accettai.
AD: Uno scettico come “guaritore”. E’ proprio una bella novità!
WB: Già! (ride N.d.A) Per svolgere questo ingrato compito mi servii delle medesime tecniche di guarigione che avevamo sviluppato insieme io e Mayrick, attraverso l’introspezione, i tentativi e gli errori e la semplice intuizione.
AD: Può essere più specifico nella descrizione di queste tecniche?
WB: Dunque, queste tecniche sono completamente libere da ogni tipo di credo e coinvolgono un processo di visualizzazione estremamente rapido di una serie di immagini personali in congiunzione con l’imposizione delle mani, attraverso le quali l’operatore tenterebbe, con un minimo di sforzo, di avvertire una sorta di vibrazione energetica che fluisce fuori dai palmi. La scelta delle immagini da visualizzare avviene per mezzo di una lista compilata dall’operatore prima dell’esperimento, la quale riunisce una serie di 20 necessità che egli, o ella, desidererebbero realizzare nella loro vita, come ad esempio il raggiungimento di risultati specifici che coinvolgono la loro stessa salute, il lavoro ideale o le aspirazioni materiali in generale. Ogni dato trascritto nella lista viene tradotto dall’operatore in un’immagine che meglio rappresenta il conseguimento con pieno successo di quel preciso traguardo. Queste immagini vengono di seguito memorizzate e il futuro provetto guaritore si esercita a farle scorrere in modo ciclico nella sua mente, come durante la riproduzione di una serie di fotogrammi sviluppati in una pellicola cinematografica.
AD: Una tecnica di visualizzazione volta per caso ad abbassare il livello dell’attività cerebrale?
WB: In reltà questa tecnica, piuttosto che rallentare l’attività cerebrale come tipicamente accade durante gli stati meditativi, ne velocizza di fatto le funzioni attraverso una visualizzazione rapida e in successione di tutte queste immagini. Allo stesso tempo questa tecnica si distacca totalmente dal presupposto che la concentrazione o la fede siano in utili ad ottenere dei risultati (effetto placebo N.d.A).
AD: Ci racconti dunque quale fu la sua esperienza. Siamo tutti curiosi.
WB: Per circa un’ora al giorno imposi i palmi delle mie mani vicino alle gabbie di sei topi, domandandomi come diavolo avevo fatto a finire in questa situazione (ride N.d.A). Ero uno scettico ricercatore che improvvisamente si era ritrovato a portare avanti il compito di trattare un tipo di cancro, il quale somministrato a queste creature è sempre fatale, e lo stavo facendo con l’imposizione delle mie mani! Nè David nè io avevamo mai avuto precedenti, così speculammo ingenuamente che se il trattamento avesse mai avuto una possibilità di avere successo, o i topi non avrebbero sviluppato ulteriormente il tumore o il tumore sarebbe cresciuto comunque ma più lentamente. Purtroppo, con grande rammarico nessuno dei due scenari si verificò. In pochi giorni i tumori si svilupparono vistosamente e dire che mi sentii scoraggiato è riduzionistico. La mia reazione immediata fu quella di annullare l’esperimento e porre così fine alla sofferenza di quelle povere cavie. David, di contro, invece sollecitò di proseguire, in particolar modo perché la pianificazione di quell’esperimento gli era costata non poche difficoltà. Così per venirgli incontro decisi di proseguire con il trattamento anche se le masse tumorali nei giorni successivi divennero ancora più grosse.
AD: Immagino che non le sembrò di certo un bel traguardo…
WB: Purtroppo no, ed ogni rimasuglio di speranza scomparve definitvamente quando i tumori svilupparono delle strane aree annerite attorno alla zona ulcerata. Questo fatto mi sembrò di fatto l’inizio della fine. Successivamente, queste aree ulcerate annerite e il tumore si aprirono in due, apparendo persino più degenerate dei giorni precedenti. Così, nuovamente sollecitai la conclusione etica dell’esperimento, quando il responsabile della cattedra di biologia notò che i topi avevano ancora il rivestimento oculare liscio e pulito e si domandò come mai questi tessuti si stessero comportando come se fossero stati perfettamente sani. Poi, durante gli stadi finali, i tumori dei topi implosero semplicemente su loro stessi senza la minima discarica di infezioni di alcun tipo; eravamo di fronte a una guarigione in piena regola.
AD: Mi sta dicendo che nonostante tutti questi segnali di peggioramento e di scoraggiamento, alla fine quelle cavie, dopo aver agito semplicemente utilizzando la vostra tecnica, sono di fatto guarite?
WP: Proprio così. Restammo tutti scioccati. Ma dal punto di vista etico e metodologico non potevamo certo essere pienamente soddisfatti e troppe erano ancora le incognite in ballo. Infatti in gioco avevamo un “guaritore” scettico, e un gruppo di topi presumibilmente “non credenti”, che erano passati attraverso un insolito percorso di remissione sino alla piena guarigione di un adenocarcinoma mammario che in precedenza non aveva mai trovato alcuna cura efficace.
AD: Avete ritentato l’esperimento? E’ replicabile?
WB: Anche se ottenemmo un risultato positivo nell’utilizzo pratico di questa tecnica, questo fenomeno a mio avviso avrebbe dovuto essere indipendente da qualsiasi individuo. Io ero troppo coinvolto emotivamente dal risultato per sottopormi nuovamente alla verifica di controllo. Così suggerii a David, al responsabile della cattedra di biologia e a due scettici studenti volontari, di imparare la tecnica di visualizzazione allo scopo di recitare loro la parte dei “guaritori”. L’unica richiesta specifica per candidarsi all’esperimento fu che gli studenti volontari avrebbero dovuto assolutamente dimostrare di essere ciecamente scettici sull’esito positivo dell’esperimento. Comprenderai che attraverso questo sistema intendevamo scartare qualsiasi possibilità di interferenza, e io non ero più adatto a questo scopo. Avevo ampliamente assistito a ciò che Mayrick era capace di fare e quindi avrei potuto essere troppo di parte, perciò il mio interesse era verificare se il fattore “fede” fosse stato un elemento davvero indispensabile per il buon esito dell’esperimento. Perciò vagliai a fondo il profilo di alcuni studenti per cercare in loro il più alto livello di scetticismo possibile. Personalmente non sono per l’idea che la fede sia necessaria a guarire. Infatti sono abbastanza certo che l’attitudine positiva non sia affatto necessaria per effettuare delle guarigioni, e nemmeno attraverso la fede.
AD: Quale sarebbe dunque l’approccio più corretto secondo lei?
WB: A livello speculativo, penso che ci sia la possibilità che la “fede” possa in un certo qualmodo disturbare gli effetti della guarigione, poiché il credente possiede la tendenza ad inserire se stesso nel processo, ed è la stessa ragione per la quale molti guaritori genuini non sono in grado di curare se stessi. La guarigione è maggiormente efficace quando l’ego viene rimosso. Penso inoltre che il rituale (tutti i rituali, per l’esattezza) distruggono le cose che cercano di riprodurre. Nel processo di guarigione per imposizione delle mani, il rituale bloccherebbe il “flusso” della guarigione.
AD: Immagino che questo tipo di considerazione la ponga in antitesi con certi movimenti di pensiero diciamo… “positivisti”.
WB: Non sai quanto. La gente si arrabbia moltissimo con me quando asserisco queste cose. Quello che non comprendono è che io cerco di riportare unicamente ciò che le nostre osservazioni in laboratorio, sotto stretto regime di controllo (ricordiamolo), hanno portato alla luce. Così i “quattro scettici volontari” replicarono in una sessione di esperimenti quello che feci io e, morale della favola, ottenemmo gli stessi risultati: tutti i topi risultarono completamente guariti. Così spostai l’operazione al St. Joseph College dove io lavoravo, e assieme al responsabile della cattedra del dipartimento di biologia avviammo gli esperimenti 3 e 4 con altrettanti scettici volontari. In questi esperimenti tentammo questa volta qualcosa di diverso, ossia iniettammo ai topi il doppio della dose necessaria a riprodurre il cancro fatale; tentammo multiple iniezioni e provammo persino a re-iniettarle anche quando l’esperimento era già terminato e i topi erano guariti. Ma i topi rimasero immuni a tutte le iniezioni attraverso i loro successivi due anni di vita!
AD: Straordinario. In totale quanti esperimenti sono stati eseguiti con questa metodologia?
WB: Abbiamo condotto in totale dieci esperimenti in cinque differenti istituti, incluse due scuole mediche, otto dei quali coinvolsero lo stesso adenocarcinoma mammario, mentre due coinvolsero un sarcoma indotto per mezzo del metilcolantrene, il quale di per se non è molto aggressivo. Sebbene tutti questi esperimenti abbiano raggiunto il traguardo della guarigione, le intricate trame dei risultati ottenuti sono davvero complesse e, francamente, sotto certi aspetti sconcertanti. Tra tutte le più interessanti complicazioni vi fu che a determinate condizioni, i topi del gruppo di controllo non trattati con la tecnica, guarirono anch’essi. Per la precisione, se i topi del gruppo di controllo venivano sistemati in un edificio differente da quello nel quale stava avvenendo l’esperimento, essi morivano come da programma dopo 27 giorni. Ma se qualcuno che era a conoscenza della tecnica entrava nella stanza dove il gruppo di controllo era sistemato, i topi infettati sopravvissuti entravano nel processo di remissione e guarigione totale. Questo fu estremamente irritante. Come analisi scientifica convenzionale ciò significava che era concreto un elevato effetto di guarigione nei topi trattati contro quelli non trattati, ma se anche i topi di controllo venivano curati allora non vi erano colossali differenze per noi da riportare! Inizialmente confidammo nel fatto che tutti i topi con i quali stavamo lavorando, se iniettati con il cancro, morivano, così eravamo consapevoli di quello che avrebbe dovuto accadere. Ma da quando i topi di entrambi i gruppi cominciavano a venire curati, sapevamo di essere di fronte a un’altro indizio, che fu davvero difficile da interpretare. Lavorai a questo problema per lungo tempo fino a quando realizzai che forse, uno degli assunti basici del metodo che stavamo utilizzando era incompleto, ossia che i gruppi separati erano indipendenti. Quindi, assumendo che l’indipendenza tra gruppi diversi possa essere violata, allora forse avrei potuto accettare la remissione dei topi del gruppo di controllo. Forse tutti i topi erano in qualche modo legati in risonanza tra di loro. I nostri colleghi fisici sono certamente più affini al concetto di entaglement, o quello che in una famosa frase Einstein definì “azione spettrale a distanza”, ma solo a un livello microscopico. Da quello che so, l’entanglement è stato solamente osservato in circa un centinaio di atomi, certamente molti meno del numero di atomi presenti in un intero topo. Tuttavia stavamo osservando effetti similari in un organismo biologico completo. Mi domando quanti altri laboratori possono aver sperimentato questo legame risonante tra il gruppo dell’esperimento e il gruppo di controllo, interrompendo erroneamente gli studi per concludere che gli esperimenti non avevano alcun successo. Questo viene definito errore “di tipo II” – pensare che niente di significante sia accaduto quando in realtà lo è.
AD: Questo credo sia un punto dolente, se non limitante, dell’attuale metodo scientifico non trova?
WB: Di certo uno scienziato in quanto tale deve rimanere aperto ad ogni possibilità, senza escludere niente a priori, altrimenti non è scienza ma un plotone d’esecuzione. Un paio d’anni fa tenni una conferenza a Parigi sulla possibilità del “legame risonante”, nel 2003, ad un meeting della Society for Scientific Exploration, quando un gruppo di un laboratorio di Freiburg, in Germania, saltò per aria tutto eccitato dicendo che avrei potuto essere colui che ha finalmente risolto il problema dell’effetto placebo. Espressi a loro la mia gratitudine ma dissi anche che non sapevo affatto di quale problema esattamente si trattasse. Come molti ho sempre pensato che il fenomeno “placebo” è semplicemente determinato dal potere della suggestione, e che i dottori, per esempio, spesso prescrivono delle pillole inerti che possono produrre effetti reali nei pazienti, proprio a causa di quella suggestione. Ma dopo quella conferenza decisi di entrare maggiormente in profondità nel discorso del placebo. L’idea che il placebo possa produrre reali effetti fisiologici era impensabile nella medicina di un cinquantennio fa, ma al giorno d’oggi la medicina riconosce di fatto che il placebo funziona, anche se i meccanismi e le circostanze per le quali si esprime rimangono un mistero. Tuttavia, risulta che i suoi effetti aumentano col passare del tempo sino al punto che gli effetti dei medicinali possono tranquillamente rispecchiarsi all’80% nel placebo. La forza di questo effetto ha creato non poche difficoltà alle compagnie farmaceutiche per tentare di dimostrare che i loro nuovi farmaci funzionano, così come emerge dagli standard definiti dal controllo a “doppio cieco”: i gruppi controllati col placebo spesso tendono ad imitare gli effetti dei gruppi controllati con i farmaci reali.
AD: Una bella gatta da pelare non c’è che dire.
WB: Puoi dirlo forte. Così incominciai a speculare che forse questo era ciò che stava accadendo anche ai miei topi. Anche se essi non stavano tecnicamente assumento alcun placebo, il fatto che i topi non trattati potessero guarire fu ovviamente suggestivo. Forse era in atto lo stesso processo. Forse il gruppo dell’esperimento e il gruppo di controllo non sono così indipendenti come pensavamo, e proprio come le persone che assumendo una pillola inerte rispondono come se avessero preso una sostanza attiva, i topi del mio gruppo di controllo stavano rispondendo come se stessero ricevendo una guarigione. Poteva essere tutto collegato? Se così fosse, dovremmo necessariamente prendere in seria considerazione il fatto di reinventare l’assunto base della pianificazione coinvolta negli esperimenti classici. Forse che il trattamento dato a un gruppo equivale a trattare tutti gli altri gruppi? Così ho pianificato una serie sequenziale di esperimenti per evidenziare quale percentuale di effetto placebo è devuta alla suggestione, e quale percentuale è dovuta al legame risonante, ma devo ancora trovare i fondi o un laboratorio per portare avanti il lavoro. Conosci qualcuno che può essere interessato?
AD: Dove in Italia? Dr. William in Italia abbiamo il Vaticano che governa sulla scienza da dietro le quinte, e nonostante la serietà delle sue ricerche, la definirebbero comunque uno stregone alla stregua di una cartomante.
WB: Temo che dovrò rimanere qui negli Stati Uniti allora! (ride N.d.A)
AD: Temo proprio di sì… anzi, glielo consiglio. Ma dove vogliamo andare con tutto questo interessante lavoro?
WB: Tutto il lavoro svolto è chiaramente prematuro e agli stadi preliminari, ma a questo punto vi sono un bel pò di conclusioni che posso definire concrete, e altre che sono invece più problematiche. La categoria più estesa, ovviamente, è l’enorme lista di cose che non conosciamo, sulle quali molta ricerca deve essere portare avanti. La conclusione meno ambigua è che il cancro può essere curato con questa tecnica su cavie da laboratorio. Anche uno scettico come il sottoscritto deve prima o poi gettare la “scettica spugna” di fronte alla presenza di ben dieci esperimenti condotti sotto stretto regime di laboratorio. Al momento abbiamo testato solamente due tipologie di tumori, e rimane da vedere quali diversi altri tumori rispondono differentemente alle teniche di guarigione. Tutti i topi curati con questo metodo hanno vissuto l’intera aspettativa di vita di due anni. Dopo la prima fase della cura, le iniezioni successive non hanno prodotto alcuna minaccia per il topo. Ciò suggerisce che una risposta immunitaria è stata in qualche modo stimolata. Se questo è il caso, forse la risposta immunitaria stimolata può essere in qualche modo trasferita su animali che non hanno ricevuto il trattamento. Infatti, dopo che il primo esperimento terminò e non fui più direttamente coinvolto nell’affare del laboratorio, alcune cellule furono prelevate a mia insaputa dai topi guariti e trapiantate in topi completamente infettati per osservare quello che avrebbe potuto accadere, e il risultato è stato che le cellule trapiantate sembra abbiano riportato i topi alla guarigione. Ciò suggerisce che potremmo avere il potenziale di creare letteralmente, o metaforicamente, un vaccino in grado di riprodurre la guarigione senza il guaritore. Esiste un immunologo che vorrebbe condurre questo lavoro? Quale legame esiste tra la guarigione, il guaritore e il guarito e l’ambiente circostante?
AD: Non siete riusciti a condurre altri esperimenti per rispondere a queste domande?
WB: Abbiamo tentato, sì. Margaret Moga e io abbiamo condotto altri tre esperimenti sul cancro mammario nel suo laboratorio alla Scuola di Medicina dell’Università dell’Indiana, e mentre stavo per procedere alla mia usuale routine dell’imposizione delle mani, piazzai strategicamente delle sonde geomagnetiche per verficare la presenza di qualche alterazione ambientale correlata alla guarigione. Così abbiamo esaminato l’attività del campo magnetico DC, e infatti, durante il trattamento abbiamo distintamente misurato un’oscillazione adiacente alla gabbia del topo, la quale inizialmente si è sviluppata attorno ai 20-30 Hz, è discesa a 8-9 Hz per poi finire al di sotto di 1 Hz. Poi, d’improvviso, l’oscillazione ha variato di fase, è nuovamente incrementata di frequenza e si è mostrata come un’apparizione simmetrica che assomigliava tanto a un’onda “cinguettante”. Le onde possedevano un range di 1-8 milligauss da picco a picco in ampiezza e 60-120 secondi in periodo. Così speculammo che questa evidenza potrebbe suggerire che la bioenergia guaritrice potrebbe essere rilevata con i gaussmetri DC. Circa tre anni fa, un ricercatore indipendente, Luke Hendricks, mi contattò a riguardo della mia ricerca sui topi. Luke è interessato sia alla ricerca sul cervello che all’applicazione pratica della guarigione. Dopo alcune conversazioni sulle svariate possibilità di ricerca, a sua volta si avvicinò a Jay Gunkelman della Q-Pro Worldwide, un’autorità nel campo dell’elettroencefalografia, per eseguire degli esperimenti sul cervello correlati alle mie tecniche di guarigione. Così ci incontrammo tutti e tre ai laboratori di Jay a Phoenix per verificare la relazione interpersonale tra guaritore e paziente utilizzando metodi avanzati di elaborazione dei segnali e l’accoppiamento in fase dell’EEG istantaneo.
AD: E quali furono i risultati di questo incontro?
WB: Questi risultati mostrarono la presenza di una connesione tra il guaritore e il paziente attraverso uno schema di armoniche che sono in coerenza con la Risonanza di Schumann. Se questi dati rimarranno inalterati nei test successivi, potremmo avere isolato almeno un meccanismo di connessione implicito durante la guarigione. Ma le domande sono ancora molte e le risposte molto incerte.
AD: Come ha accolto la sua ricerca il resto della comunità scientifica?
WB: La scienza cosiddetta “mainstream” (corrente principale N.d.A) e la medicina non sono state di gran supporto. La storia della mia ricerca ha sempre prodotto due sottoprodotti: ogni nuovo laboratorio esprime incredulità verso i dati che ho ottenuto negli altri laboratori, e i ricercatori spesso esternano questa sufficienza attraverso il tipo di approccio: “tutto molto interessante, ma non avresti potuto ottenere questi risultati in questo laboratorio”; oppure quando un laboratorio decide di affrontare il test e i topi vengono curati al termine del primo esperimento, questo viene preso come una sfida dal personale che può utilizzare i dati ottenuti per contestare tutti i futuri risultati positivi. Poi, quando anche il secondo esperimento produce una piena guarigione, è sempre seguito da scuotimenti di testa e da proclamazioni che il risultato ottenuto sia la cosa più straordinaria che essi abbiano mai visto. Ma quando suggerisco loro di portare avanti nuovi studi, emerge sempre una qualche ragione per la quale il lavoro non può venire portato avanti in quell’istituto. Quando suggerisco che il mio goal è riprodurre la remissione senza utilizzare le tecniche di guarigione, utilizzando magari il sangue delle cavie curate, incontro sempre un intenso scetticismo riguardo al fatto che questa cosa sia possibile. In qualche modo, comunque, andrò avanti…
riferimenti:
Luke Hendricks, William F. Bengston, Jay Gunkelman, “The Healing Connection: EEG Harmonics, Entrainment, and Schumann’s Resonances,” Journal of Scientific Exploration, submitted.
Margaret M. Moga, William F. Bengston, “Anomalous DC Magnetic Field Activity during a Bioenergy Healing Experiment,” Journal of Scientific Exploration, submitted.
William F. Bengston, Donald G. Murphy, “Can Healing Be Taught?” Explore, vol 4(3), pp. 197–200, May/June 2008. (fonte: QUI)
William F. Bengston, Margaret M. Moga, “Resonance, Placebo Effects, and Type II Errors: Some Implications from Healing esearch for Experimental Methods,” Journal of Alternative and Complementary Medicine, vol. 13(3), pp. 317–327, May 2007. (scarica qui: acm2007 (63))
William F. Bengston, “A Method Used to Train Skeptical Volunteers to Heal in an Experimental Setting,” Journal of Alternative and Complementary Medicine, vol 13(3), May 2007. (fonte: QUI)
William F. Bengston, “Methodological Difficulties Involving Control Groups in Healing Research,” The Journal of Alternative and Complementary Medicine, vol. 10(2), April 2004. (fonte: QUI)
William F. Bengston, “Some Implications of the Bengston/Krinsley Healing Experiments,” Monterey Institute for the Study of Alternative Healing Arts, vol. 30-31, December 2000, pp. 12–15.
William F. Bengston, David Krinsley, “The Effect of the Laying-On of Hands on Transplanted Breast Cancer in Mice,” Journal of Scientific Exploration, vol. 14(3), Fall 2000, pp. 353–364. (scarica qui: jse_14_3_bengston.pdf (81)
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Bentornato Automi Ribelli, complimenti per questa intervista!
Questo si che è interessante *_*
vado a caccia dei paper(i)!
davvero interessante, e nel mio piccolo proverò “la tecnica” per quanta se ne riesce a vedere e capire
. cmq un bel passo avanti questa ricerca.
Ottimo lavoro caro Andrea.
Speriamo di averti presto nel Comitato dei Garanti di Re Nudo.
Nel frattempo rimaniamo sempre disponibili a pubblicarti sulla rivista.
Se ti fa piacere Intendiamo altresì sostenere la tua ricerca sulle 432 oscillazioni, facendo volentieri da cassa di risonanza per un ritorno sempre più possibile e concreto al tono musicale naturale, Nel circuito olistico (ma anche musicale) a cui la nostra rivista si rivolge, abbiamo riscontrato un crescente interesse verso il 432 che ci fa ben sperare… diversi musicisti vicini a Re Nudo stanno provando a suonare la loro musica con la “nuova” accordatura, non ultimo il progetto di sensibilizzazione dei Musicanti d’Amore che sta incuriosendo sempre più buskers e artisti di strada.
Un gran in bocca al lupo per il ritorno online di AutomiRibelli.org
e un forte abbraccio da tutta la redazione.
Akam
Grazie mille..bellissima intervista!